#DefendAfrin: con la resistenza dei popoli di Afrin

Kurdistan

La Turchia, un paese Nato, continua a colpire in modo indiscriminato coloro che hanno sconfitto l’ISIS attaccandoli nella città di Afrin, simbolo di pace ed accoglienza.

L’operazione Ramoscello d’ulivo, un riferimento infelice e davvero poco appropriato per la sua simbologia religiosa, è stata lanciata lo scorso 20 gennaio, dopo mesi di minacce e bombardamenti da oltre confine da parte turca. Le operazioni militari si sono estese con attacchi aerei e operazioni via terra portate avanti da migliaia di militanti dell’esercito libero siriano (FSA) armati e addestrati dalla Turchia. É bastato poco e i carri armati della Turchia si trovavano già sul confine Nord e Ovest con la Siria.

Il ramoscello di ulivo della Turchia di Erdogan offre pace e rinascita soltanto ai propri interessi nazionali, riaprendo il conflitto in una terra già tartassata e devastata da sette lunghi anni di guerra in Siria. L’Isis è stato sconfitto, ma ora è necessario proteggere i confini della Turchia, “neutralizzare” i combattenti curdi siriani nella provincia di Afrin e salvare la popolazione locale da “pressioni e oppressione”.

Erdogan attenta alla democrazia, alla vita e all’autodeterminazione dei curdi e dei popoli presenti nel Nord della Siria: la forza della sperimentazione dell’autogoverno del Rojava spaventa, andare contro tendenza e rifiutare lo Stato-nazione, sperimentando nuove forme di strutturazione sociale basate sulla pari rappresentanza e sulla cooperazione fra tutti i popoli della Siria e del Medio Oriente, compromette le mire espansionistiche del Sultano di Ankara. 

All’accoglienza dei popoli proposta dal cantone siriano – che ha ricevuto migliaia di profughi di guerra – Erdogan ha risposto  con il bombardamento sui civili, tra cui il campo profughi Rubar, dove trovano rifugio oltre 20.000 profughi interni provenienti da diverse parti della Siria. 

Allo spirito di fratellanza e uguaglianza del Kurdistan Erdogan ha risposto con la costruzione dei muri sui confini, mettendo in piedi lager adibiti a campi profughi – sovvenzionati largamente dall’UE – e rafforzando i confini della fortezza Europa.

Alla resistenza delle unità di difesa popolare YPG e YPJ contro Daesh, Erdogan risponde circondandosi di nuovi e rispolverati alleati jhiadisti, con i quali trascina i civili di Afrin in una nuova guerra.

Ci chiediamo come sia possibile accostare alle mani insanguinate di Erdogan quelle del Papa, visto che si incontreranno il prossimo 5 febbraio a Roma. Un incontro che ha poco a che fare con la pace come sancita, ad esempio, dalla Pasqua, nonostante Erdogan abbia tenuto ad affrettarne l’evocazione nominando la sua operazione Ramoscello d’ulivo. Nella sua ultima visita in Turchia, Bergoglio si auspicava che il paese anatolico diventasse “non soltanto un crocevia di cammini, ma anche un luogo di incontro, di dialogo e di convivenza serena tra gli uomini e donne di buona volontà di ogni cultura, etnia e religione”. Adesso invece è innegabile che l’aggressione della Turchia contro il cantone di Afrin sia un atto criminale, un massacro a cui il resto del mondo assiste in silenzio e complicità. 

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