Una finestra con vista sul ritorno

Kurdistan

di Marco Sandi
Il ritorno a Suruç è carico di tensione ed emozione. Percorrendo la strada principale, ancora polverosa e rumorosa, si ha però l’immediata sensazione che qualcosa è cambiato.

All’entrata della città sfilano autocarri e carri trainati da cavalli, mancano però le colonne di persone, che a piedi, percorrevano quel solito tragitto per raggiungere i campi autogestiti dalla municipalità. Di quella realtà non rimangono che le insegne appese: Arin Mirxan, Rojava, Kobane. Si sono svuotati, gli sfollati hanno potuto finalmente tornare a casa loro, a Kobane. E’ un segno tangibile di come i progressi compiuti sul campo dallo Ypg/Ypj garantiscano una certa sicurezza per gli abitanti di Kobane, che decidono di ritornarvi e di provare a vivere nuovamente in quei luoghi martoriati dalla guerra.

Un altro segnale che indica un progressivo cambiamento in atto è il cortile del centro culturale Amara, dove dell’edificio e del suo cortile antistante, fino a poco tempo fa luoghi rumorosi di incontro e di relazioni, non rimangono che le foto dei 33 ragazzi uccisi da un vile attentato lo scorso 21 luglio. Le persone che ci ritornano, trovano un luogo ormai simbolico di ciò che esisteva prima, ed è diventato inconsapevolmente l’emblema della ferocia di questa guerra, che proprio da quel giorno non ha più un confine. Quel cortile è rimasto come quel giorno. Le finestre sono rotte. A terra gli oggetti che quei ragazzi e quelle ragazze avrebbero voluto portare dentro Kobane. E’ una scena forte, toccante ma allo stesso tempo suscita rabbia, quella giusta: la rabbia sana che permette a chi crede in questa causa di andare avanti ed essere ancora più convinto della realizzazione degli obiettivi e dei progetti. “La volontà del popolo curdo non si spegne con le bombe” era il titolo di un articolo apparso alcuni mesi fa, ed è esattamente così. Il popolo curdo, sia chi combatte sia chi non lo fa, continua verso i propri obiettivi: sconfiggere lo Stato Islamico, portare a compimento la rivoluzione democratica in Rojava.

La guerra non ha confini, appunto. Quello che sta succedendo nell’ovest della Turchia racconta di un paese che ha paura, paura di cambiare. Gli attacchi alle sedi del partito Hdp, i raid contro le redazioni dei quotidiani, le minaccie verbali e fisiche contro cittadini curdi ci disegnano un paese diviso che ha paura di riconciliarsi. Da una parte troviamo i nazionalisti e gli islamisti e dall’altra i curdi e i secolaristi. I curdi dal loro canto rifiutano lo scontro di piazza perchè porterebbe il paese in una guerra sanguinosa e lacerante di difficile uscita. Le idee che il loro partito porta avanti parlano di una società rispettosa di qualsiasi etnia o religione: lo scontro con i nazionalisti andrebbe contro queste idee.

Il solo scontro che possono accettare i curdi, soprattutto il Pkk, è quello con lo Stato turco e con le sua principale espressione, le forze armate e di sicurezza.

Va precisato che alcuni leader della guerriglia sostengono che il Pkk agisca solo in risposta alle provocazioni e ai bombardamenti nell’est della Turchia e nelle montagne Kandil nel nord Iraq.

La situazione rimane tesa e potrebbe esplodere da un momento all’altro ed una distensione può venire solo da parte del governo e dal presidente Erdoĝan stesso: innanzitutto posticipando le elezioni del prossimo primo novembre, fino a quando il clima non si sarà effettivamente disteso.

Il conflitto siriano ha scoperchiato una situazione, ormai non più latente, nella vicina Turchia. Il ruolo che essa sta avendo nel conflitto, con l’aiuto ormai palese alle milizie dello Stato Islamico e con l’incessante bombardamento delle retrovie curde nel nord Iraq, hanno fatto sì che sui muri di molte città turche, da est a ovest, da Diyarbakir a Istanbul, apparisse la scritta “Se voi fate come l’Isis, noi faremo come Kobane”. E’ un avvertimento, ma anche una promessa.

 

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