Kobanê: siamo ancora qui

Kurdistan

Dopo la liberazione gli attivisti di Rojava Calling ritornano sul confine turco-siriano

In questa nuova partenza per il confine, c’è chi torna e chi arriva per la prima volta. Tanti si ricordano i volti di chi di noi è già stato qui – a Suruç e nel villaggio di Mehser – tra novembre e dicembre, quando i combattimenti a Kobane erano ancora intensi. Ora Kobane è libera.

Resta oltre quel confine, che in molti oggi provano a superare: chi vuole rientrare dai campi alle proprie case in Siria, per vedere cosa ne rimane; attivisti e cooperanti che da tempo lavorano qui sul confine accanto alla popolazione curda; giornalisti e reporter.

Un passaggio che, ancora, non è affatto semplice: ci dicono che sono almeno 50 le persone che ufficialmente hanno fatto richiesta di entrare a Kobane inoltrando la loro domanda alla municipalità.

Percorrendo questa possibilità per entrare, il tempo a disposizione è limitato: “1 ora e mezza” ci riferisce un cooperante tedesco, “24 ore” ci dicono al centro culturale Amara a Suruç, “si deve uscire entro le 17.00”, è la terza versione che raccogliamo da un fotografo. I primi ad entrare così, ieri, non hanno rispettato questi tempi, e sono rimasti a Kobane togliendo così la possibilità a chi avrebbe interesse e, soprattutto, la necessità di raggiungere la città liberata. Per questa ragione oggi il confine è stato blindato, ma speriamo che nei prossimi giorni la situazione si sblocchi.

Domani, i parlamentari curdi chiederanno in una conferenza stampa, convocata al mattino, che il confine sia riaperto, per dare la possibilità agli sfollati di tornare a Kobane.

La gioia per la liberazione non deve però sovrastare il fatto che comunque che alla periferia della città si combatte ancora: ad est Ypg/Ypj sono riusciti a riconquistare alcuni villaggi scacciando i miliziani dell’Isis; ad ovest invece, presso Till Sheir, le bande hanno bombardato deliberatamente dei civili che stavano cercando di rientrare nelle loro case. Altre vittime di un conflitto assurdo.
Intanto per noi resta il tempo a Mesher, con l’accoglienza – che passa per i bicchieri di çay bollente e le sigarette offerte – che è data a chi qui non è mai stato così come a chi torna: ciascuno si sente riconosciuto, parte di una comunità.

Chiara, Fano, Marco, Momo da Suruc, centro culturale Amara

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