Sull’attentato al centro culturale Amara

Kurdistan

Le spedivamo dal centro culturale Amara, le mail e i report con cui dicevamo “stiamo bene” e raccontavamo di quel mondo nuovo e coraggioso che stavamo conoscendo in Kurdistan: una realtà che da mesi avevamo solo immaginato da lontano, informandoci sul popolo curdo e la sua resistenza ai fascisti dello Stato Islamico.

Era grazie alla connessione internet che trovavamo solo ad Amara che potevamo scrivere e raccontare giorno dopo giorno la battaglia di Kobane, la vita nei villaggi di confine e la gestione dei campi profughi, facendo circolare quelle informazioni attraverso la rete.
Amara è uno spazio di relazioni, di legami forti. Non solo tra chi sta lì e chi segue da altri paesi le vicende curde, ma anche per le tantissime persone che, dal loro angolo di mondo, approdano a Suruç e al centro culturale Amara, come primo luogo dove si può, alla fine del lungo viaggio, dire: “Siamo arrivati“.

E lì c’è sempre qualcuno che ti accoglie con un cay e ti aiuta ad ambientarti in quel nuovo contesto. Sono tantissimi i volontari che hanno lasciato tutto per mettersi a disposizione ad Amara e nei campi profughi di Suruç.

Amara è lo spazio della comunicazione, del dialogo tra culture e del sostegno alla resistenza curda: pratiche che non saranno interrotte mai, nemmeno dopo il gravissimo attentato di oggi che ha colpito i volontari in partenza per la ricostruzione di Kobane.

La brutalità dell’Isis non può distruggere la forza di quelle relazioni e, al contrario, ci sentiamo oggi ancora più legati alle persone che portano avanti questa resistenza. A tutti loro e alle vittime del vile attentato và la nostra solidarietà: per loro continueremo a mobilitarci nei nostri territori, per la Rojava libera da ogni minaccia, per la libertà del popolo curdo, per continuare a tessere i fili solidali e resistenti che legano quella geografia alle nostre città.

Chiara (staffetta Suruç – Centri sociali del Nordest)

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