La maternità mapuche ai tempi di Benetton

Wallmapu

** Foto di copertina: Moira Millán con un bambino guaraní nella comunità di Mbya Guaraní Ysyry Misiones, vicino alle cascate di Iguazu nel 2013.

Moira Millán è una pluripremiata sceneggiatrice, autrice e attivista argentina di fama internazionale. È una delle leader del movimento mapuche, che si batte per recuperare le terre ancestrali del suo popolo, è inoltre fondatrice e ideologa del Movimento delle donne indigene per “Buen Vivir”, che sostiene uno stile di vita in armonia con la natura. Nel suo ruolo di weychafe (guardiano tradizionale, difensore), ha sostenuto le vittime di un’incursione della polizia nella comunità mapuche di Vuelta del Río, in una protesta pacifica presso il palazzo di giustizia nella vicina Esquel. Il 26 giugno 2018, è stata accusata di “doppia coercizione aggravata” per la protesta di Esquel. Il processo si è tenuto il 21 febbraio(QUINDI COSA HANNO DELIBERATO?? non ho trovato info). Se la giudicheranno colpevole potrebbe prendere dai due ai quattro anni di prigione.

 

Per oltre 400 anni, il mio popolo, insieme agli altri popoli indigeni dell’Argentina, ha affrontato e combattuto un’importante lotta per l’autodeterminazione. Ancora oggi, persiste nella memoria dei nostri ül, canzoni, nüxam e racconti, il coraggio dei nostri antenati che hanno sconfitto il più grande impero dell’epoca. Dopo la sconfitta, la corona spagnola firmò un trattato con i mapuche nel primo parlamento di Quillín, riconoscendo la sovranità della nostra nazione (Mapuche).

Il nostro Wallmapu, territorio Mapuche, si estende dall’Oceano Pacifico all’Oceano Atlantico, in quella che ora è la Repubblica del Cile, il cui nome in Mapudugun (ossia in lingua Mapuche) sarebbe: Ngulumapu (Terre d’Oriente). Mentre l’attuale Argentina è denominata Puelmapu (Terre d’Occidente). Il nostro territorio comprende quasi la metà di quella che ora è l’Argentina: dal sud della provincia di Mendoza a ovest, al centro sud della provincia di Buenos Aires a est, fino alla provincia di Santa Cruz a sud. Si stima che che la presenza del popolo mapuche in queste terre risalga a circa 12 mila anni fa, in base a scoperte archeologiche e studi linguistici.

È stato il primo grande tentativo di sterminio – quello che abbiamo subito sulla nostre pelle; i mapuche subirono un’enorme perdita di terreni, oltre ad un elevatissimo numero di vittime a fronte di un processo di colonizzazione che era appena iniziato.

Dopo la nostra sconfitta, lo stato argentino ha imprigionato migliaia di famiglie Mapuche e li ha messi all’asta nella piazza pubblica, dividendo per sempre le famiglie. Nel suo libro “La Historia de la Crueldad Argentina”, lo storico argentino Osvaldo Bayer racconta come lo Stato abbia messo all’asta migliaia di famiglie Mapuche che furono imprigionate durante l’occupazione di Puelmapu. Venne pubblicato anche un annuncio ufficiale sul quotidiano El Nacional, che affermava: «Oggi si consegneranno alle famiglie benestanti che lo richiedono degli indios, un uomo indios come bracciante, una giovane come domestica e un ragazzino come fattorino».

 

Il termine “china” probabilmente è riferito alla Cina, nel senso che, credo, venivano chiamati cinesi come insulto. quindi come lo mettiamo? o omettiamo?

L’Argentina ha anche istituito dei collegi come parte di un piano di assimilazione che è stato inserito nella Costituzione del 1853. Come gli istituti stanziati in Canada e negli Stati Uniti, i convitti in Argentina sono stati progettati come un’arma di eliminazione culturale e disintegrazione della famiglia. Ai bambini mapuche era proibito parlare la loro lingua, il mapudungun; furono costretti ad assumere una nuova identità imposta, quella argentina; e sono stati sottoposti a numerosi abusi e violazioni. A seguito di ciò, a partire dal 1960, le comunità mapuche hanno cominciato a richiedere la costruzione di scuole nei loro territori, per non mandare i loro figli nei collegi.

Questa situazione è durata fino al 1994 quando l’Argentina ha sostituito la sua politica di assimilazione indigena con una legge che riconosceva “la preesistenza etnica e culturale delle popolazioni indigene”, così come “la proprietà della comunità e la proprietà delle terre che tradizionalmente occupano”.

La riforma costituzionale è stato un passo nella giusta direzione, tuttavia, lo stato argentino ha una lunga strada da percorrere prima di potersi separare dalla sua crudele eredità.

«La mia gente sta lottando per trainare l’Argentina verso la giusta direzione», ricorda Moira

In un momento in cui sta emergendo in Argentina un grande movimento di lotta delle donne, spero di riuscire ad avvicinarle a questa complessa situazione politica che vede come protagoniste le donne madri, vittime di molteplici e oppressive situazioni.

Milioni di compagne femministe rivendicano i loro diritti come donne nella lotta parallela a quella di una nazione per la sua autodeterminazione. Ma devo chiedere qual è il ruolo delle donne mapuche in questo processo? C’è sorellanza verso le donne mapuche? Il nostro diritto alla maternità secondo la nostra visione del mondo è schiacciato nel nostro territorio.

L’oppressione multipla a cui sono sottoposte le donne indigene, inizia a essere vociferata, raccontata e ascoltata da piccole ridotte risacche che lottano contro la società egemonica; tuttavia, il mondo sa ancora poco o niente di noi.

Ecco perché, in tempi di così tanta persecuzione e morte, è necessario raccontare, spiegare e districare i vari dubbi. Vi invito ad entrare nelle umili rukas, nelle case, e ascoltare donne che tessono la ribellione in questi luoghi nel sud del mondo.

 

Tre generazioni, la stessa attesa

In questo contesto, ho incontrato Segunda Huenchuano, una pillankushe, o autorità spirituale della Lof Mapuche Vuelta del Río, che confina con il ranch Benetton, nel dipartimento di Cushamen, provincia di Chubut. Il Lof, o comunità, è attraversato dal fiume Chubut, in un paesaggio semi-arido.

*** Foto Segundo Huenchuano, un pillankushe, o autorità spirituale della Lof Mapuche Vuelta del Río, con sua nipote, Antu.

Segunda Huenchuano, di circa 70 anni, mi riceve tenendo per mano sua nipote, con un ampio sorriso che mi invita ad andare nella sua casa di fango e pietra, spaziosa e minimalista, quasi senza mobili. Prepara alcuni mate per noi, mentre alimenta il fuoco in cucina con legna secca, e estrae quanto segue dal baule dei suoi ricordi. «Negli anni ’60, a Vuelta del Río e in altre comunità mapuche decisero di non voler più mandare i propri figli nei collegi finanziati dal governo». E continua «ricordo che la scuola è stata chiesta nel ’62 o ’63, in quegli anni c’erano circa 30 ragazzi, una decisione presa dai nonni di quei giovani, si sono messi insieme, hanno discusso, di come poter costruire un luogo dove farli studiare.

*** Foto Segunda Huenchuano, a sinistra, con sua figlia, Inés Huilinao, e la nipote, Antu.

Segunda fa una pausa e beve dalla cannuccia il suo mate, continua: «Andarono a fare i mattoni, mescolarono erba e fango e tagliarono più di tre mila mattoni. Con questi mattoni costruirono la casa vicino alla sponda del Rio. Dato che in quel periodo tutti avevano animali, vendettero gli animali, li barattarono con lastre di metallo e pali, portarono la legna per il tetto. Una volta terminato l’edificio, hanno richiesto un insegnante al governo, che però non è mai arrivato».

L’attesa è durata talmente tanto fino a che i muri sono crollati. Sono poi tornati a internare i loro figli.

Le giovani coppie che non volevano mandare i loro figli nei collegi furono costrette a trasferirsi nelle città più vicine per assicurargli almeno l’istruzione di base. Alla fine, le madri decisero di convocare l’assemblea del Lof e proposero di provare ancora una volta a costruire una scuola nel Lof.

L’iniziativa è stata accolta, hanno raccolto fondi per i materiali e nel 2016 hanno costruito un bellissimo edificio scolastico, ottenendo il supporto dei professionisti educativi Mapuche, che hanno redatto una proposta di educazione culturale bilingue.

** foto Segunda Huenchuano e sua figlia e nipote, di fronte alla scuola costruita dai membri della Lof Vuelta del Río.

Hanno presentato il progetto allo stato provinciale. Per essere ascoltati, hanno dovuto occupare le strutture del ministero dell’educazione della provincia. Nonostante tutta questa battaglia, non hanno ottenuto risposta; al contrario, lo stato argentino finanziò la costruzione e avviò una scuola elementare, dentro la estancia di Benetton, non solo, il governo si accollò tutte le spese, avvantaggiando la grossa multinazionale, che non ebbe alcun costo, in cambio dell’assistenza e dell’istruzione gratuita ai figli dei braccianti. Questo pretesto si utilizzò come strumento di propaganda a favore di Benetton.

«Provarono ad indottrinare i nostri figli, coltivando un sentimento di gratitudine e amore verso il padrone», ha detto Segunda.

Ines Huilinao, la figlia più giovane di Segunda, si unisce alla conversazione. Ha dovuto sopportare il doloroso sradicamento dalle sue origini per andare a scuola in un collegio. Ora è la madre di una bambina di cinque anni e mi dice che per mandare la sua bambina a scuola, ha dovuto lasciare la sua casa e trasferirsi in una stanza del pronto soccorso, che si trova sulla strada d’ingresso alla comunità, ed è l’unico posto a cui può accedere al Trafic, un piccolo scuolabus che viene a prendere tutti i bambini che vanno a scuola.

Quando ho chiesto a Inés Huilinao, perché il governo non abilita la scuola costruita dalla comunità, ha risposto, «secondo me i Benetton vogliono allontanarci dal nostro territorio con ogni mezzo perché lo ritengono loro dal momento che ci hanno recintati».

Per Inés Huilinao, non solo è un disagio trasferirsi dal lunedì al venerdì nella stanza del pronto soccorso per mandare la figlia a scuola, ma aggiunge che per un’ora sua figlia e altri bambini sono esposti al pericolo, e che la gendarmeria e la polizia provinciale hanno militarizzato il posto, commettendo in totale impunità abusi e violenze contro i membri della comunità.

Il rischio che la violenza istituzionale venga dispiegata contro i bambini è latente. Molti genitori hanno preferito non educare i propri figli, poiché non sono disposti a lasciare la comunità, né a esporli a rischi o disordini non necessari.

Ines racconta cosa è successo il 17 settembre 2017, quando il giudice Guido Otranto ha ordinato la perquisizione di diverse case nella comunità, un apparente tentativo di localizzare il giovane artigiano Santiago Maldonado, che era scomparso, dopo essere stato inseguito dalla gendarmeria durante una protesta mapuche, nelle vicinanze del territorio del Lof Resistencia di Cushamen.

«Ricordo che era mattino presto, in primavera», ha detto Inés. «Eravamo tutti a letto, non era ancora chiaro. Abbiamo iniziato a vedere aerei, elicotteri, luci e rumori che volavano su tutto. Eravamo tutti e tre a letto. Ho detto alla mia bambina di non alzarsi, che non è successo niente, ma si è accorta che c’era qualcosa di strano, c’erano luci ovunque che illuminavano le nostre case».

Gli elicotteri atterrarono e scesero dozzine di gendarmi, i quali, dando calci alle porte precarie delle case, trascinarono fuori i loro occupanti, senza permettere loro di vestirsi o di scaldarsi, tenendo presente che le temperature qui sono sotto lo zero.

In quei giorni di violenze dispiegate contro la comunità, una famiglia che abitava vicino a Ines fu vittima del rogo della loro casa. Ci sono testimoni che affermano che la gendarmeria la bruciò. La vicina è Veronica Fermin; suo marito, Marcelo Callfupan, è il werkén o portavoce della comunità. Hanno tre figli di 8, 10 e 12 anni, che non erano all’interno della casa perché tutta la famiglia stava tornando dalla città di Esquel, da una protesta. Avrebbero potuto morire arsi vivi, dato che la casa era stata bruciata nel tardo pomeriggio. Dopo questo episodio, la famiglia si è trasferita nella città di El Maitén.

 

Stati feudali post moderni

A prima vista, Benetton può sembrare un benefattore involontario della generosità dell’Argentina. Tuttavia, la compagnia di moda globale ha un ruolo chiaro da recitare nel futuro della regione ricca di risorse della Patagonia, vale a dire del territorio mapuche. Benetton è il più grande proprietario terriero in Argentina e ha trascorso decenni a contrastare i diritti mapuche nelle loro terre.

Negli ultimi decenni, la Patagonia è stata anche popolata da altri vicini miliardari, tra cui Joe Lewis, con oltre 11.000 ettari; l’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim Bin Hamad Al Thani, con 28.000 ettari; e Ted Turner con 36.942 ettari. Questo gruppo di élite ricche ha creato qui una sorta di stato feudale postmoderno, in cui il loro potere decide sulla sopravvivenza o meno dei mapuche.

Benetton, tuttavia, è in una classe a parte. La compagnia non incide solo sull’amministrazione della giustizia, come dimostra il caso di Santiago Maldonado. Anche come ci racconta Segunda Huenchunao e sua figlia Ines Huilinao, impone la politica educativa che vuole. Hanno influenzato l’Argentina in modo tale che di fronte ai loro possedimenti è stato costruito un commissariato, con una struttura sofisticata di comunicazione e sicurezza. Lo stato argentino mette le sue forze al servizio della sorveglianza privata della multinazionale. Il comune di El Maitén, una città circondata dai fili spinati di Benetton, protegge anche gli interessi dell’azienda.

Il potere della compagnia è sentito in tutte le proprietà. Nonostante ciò, il Lof mapuche di Vuelta del Rio resiste, specialmente le donne, che non si lasciano sottomettere. A 35 km da lì, c’è il Lof mapuche di Cañio. Sebbene la Comunità di Cañio non sia una vicina di Benetton, ha subito persecuzioni e discriminazioni da parte dei settori del potere che sostengono la multinazionale della moda. Dal momento che questa comunità è sempre stata solidale con i membri delle comunità colpite dalle politiche persecutoria dello stato argentino, che appoggiano le “proprietà di Benetton”.

Mentre mi avvicino al Lof Cañio, la steppa si affievolisce, l’ocra gialla dell’erba scompare e mi ritrovo avvolta in una rigogliosa vegetazione verde. Sono arrivata quasi all’imbrunire, mi avvicino alla casa della famiglia Cañio, dalla cima della collina ho visto come gli ultimi bagliori del giorno hanno tinto il cielo di arancio e colori rossastri. Lì mi hanno accolto con affetto e intorno al tavolo le donne della famiglia mi hanno raccontato la loro storia.

Questa famiglia subisce la persecuzione del governo municipale di El Maitén, che cerca di installare un centro sciistico sulle loro terre. Ciò significherebbe radere le montagne, danneggiare la foresta e gli spazi sacri spirituali della comunità.

Gli ecosistemi della catena delle Ande sono fragili dinanzi all’avvampato avamposto del capitalismo. Ma sono rimasti forti e fermi nella difesa del Mapu, la Terra.

Questo naturalmente non è gradito ai governanti o agli imprenditori. Come risultato degli eventi che hanno avuto luogo nelle terre in conflitto con la Compagnia Benetton, l’intendente e gli uomini d’affari approfittano del conflitto per accusare Javier Cañio, un giovane membro della comunità, come presunto aggressore e rapitore di un dipendente Benetton. Gladys Millane, sua madre, con gli occhi bagnati e lucidi di lacrime che arrivano e non riesce a trattenere, racconta quello che è successo il giorno in cui la polizia è arrivata a casa loro in cerca di Javier.

*** foto Famiglia Cañio: Gladys Millane, Monica e Marilyn Cañio con Virginio Cañio e Nahuel, il bambino di tre anni.

«Eravamo sole io e Marilyn, mia figlia e mio nipote. Arrivarono dicendo che dovevano portare Javier in ospedale per fargli un prelievo di sangue. Successe che un bracciante di Benetton, che aveva subito il rapimento, riuscì a tagliare uno dei rapitori con il suo coltello, e volevano vedere se mio figlio aveva un taglio sul suo corpo per incastrarlo. Avevo paura che lo prendessero e lo ferissero o scomparisse. Sono sempre angosciata, se uno dei miei figli è in ritardo, sono già preoccupata pensando che le sia successo qualcosa di brutto, non ho più pace, ho paura per i miei figli».

Marilyn, la figlia più piccola, interviene nella conversazione per aggiungere: «Mi chiedo se a quei tempi mio fratello si fosse fatto del male o si fosse tagliato, lavorando sul campo, lo avrebbero incolpato lo stesso di un crimine che non aveva commesso? Perché lavorando nei campi sei sempre a rischio di farti male, fortunatamente – quella volta – stava bene, e non aveva cicatrici o ferite».

Mónica Cañio, sua sorella maggiore, denuncia che ha portato il figlio di tre anni dal dottore all’ospedale di El Maitén e, dandole il suo cognome, si sono rifiutati di aiutarlo. È molto preoccupata per la salute di suo figlio. È molto importante per lei crescere nel suo territorio senza perdere la sua identità, ma lei teme per la sicurezza e la vita del bambino e del resto della famiglia, dal momento che gli assassinii del governo contro il popolo Mapuche sono rimasti impuniti.

 

Infanzia svalutata

Il 23 novembre 2017, di fronte al Lago Mascardi, il Lof Lafken Winkul Mapu ha subito una sanguinosa repressione da parte di membri della polizia federale che hanno arrestato diverse donne Mapuche con i loro bambini.

Questa comunità mapuche, composta da circa quattro famiglie, si stabilì in una proprietà territoriale che è sotto il controllo dello stato argentino, attraverso i parchi nazionali. I funzionari denunciano i membri della comunità come usurpatori, dando così inizio a un caso giudiziario ancora in corso e che ha tentato due volte di sfrattarli con la forza per ordine del tribunale. Gli eccessi e gli abusi associati al caso hanno raggiunto un livello di insolita violenza, che ha portato all’omicidio di Rafael Nahuel, un giovane mapuche di 22 anni, tra i diversi crimini.

Mariel Bleger, antropologa e insegnante di scuola elementare, arrivata quel giorno per esprimere solidarietà, mi testimonia, anche lei con gli occhi inumiditi dalle lacrime, cosa è successo. Mariel è la madre di un bambino di cinque anni ed era incinta del suo secondo figlio. Ha accompagnato le giovani madri mapuche che hanno preso parte alla decisione di riprendersi le loro terre, recuperando questo appezzamento di terra sotto il controllo dei parchi nazionali argentini.

Mariel andò nell’area della comunità e lì, dopo circa cinque posti di blocco lungo il percorso, trovò uno spiegamento di polizia molto grande. C’erano almeno otto furgoni e più di sei auto della polizia all’ingresso del territorio, dove all’epoca c’erano circa cinque donne e due uomini con alcuni ragazzi e ragazze.

«Ho riconosciuto rapidamente sulla strada giocattoli e vestiti dei ragazzi e delle ragazze con cui ho lavorato a scuola per diversi anni», ha detto Mariel. «C’erano due scatole di frutta e verdura calpestate e buttate sulla strada».

«Ho chiesto immediatamente dei bambini. Nessuno degli ufficiali che erano lì voleva darmi informazioni su dove si trovassero loro o le loro madri. Uno dei furgoncini più lontani accese le sirene e percorse la distanza che la separava dal cordone della polizia. Ho visto che c’era uno dei bambini che conoscevo e stavo cercando».

Mariel mi dice che, senza rendersi conto del pericolo, indignata e angosciata dal destino dei bambini, salì in macchina e seguì il furgone della polizia, tenendosi in contatto con varie organizzazioni per i diritti umani e sindacati. I bambini sono stati arrestati e portati alla polizia federale, situata nelle strade di Tiscornia e Morales nella città di San Carlos de Bariloche.

Mariel continua la sua storia, ricordando a uno a uno i dettagli di quella dolorosa giornata: «Ho chiesto di entrare per vedere come stavano i bambini, mi sono presentata come la loro insegnante. Mi è stato permesso, ho trovato cinque donne arrestate e cinque minori. I bambini erano ancora sotto shock a causa della terribile situazione che stavano vivendo. Alcuni di loro erano in età di allattamento, altri vagavano per quella stanza e molte delle donne erano ferite dalle percosse della polizia. Ho chiesto loro se avessero dato loro acqua o cibo. Niente di tutto ciò era successo. Era da più di sei ore che non avevano notizie o avessero ricevuto alcuna informazione, incapaci di comunicare con un avvocato, senza neppure avere il permesso che i bambini andassero in bagno o mangiassero qualcosa».

Mariel ha chiesto il permesso di uscire e comprare cibo e acqua. Ci sono volute più di due ore per consegnargli le cose che aveva recuperato per loro.

Solo verso tarda sera, alle 11 circa, sera partirono i bambini e le loro madri. In nessun momento i bambini hanno ricevuto un’attenzione particolare perché erano minorenni, infatti, erano costantemente molestati e limitati nella mobilità all’interno del recinto.

Nonostante le numerose lamentele che, da parte delle organizzazioni per i diritti umani, delle scuole e dell’unione degli insegnanti della città di San Carlos de Bariloche, sono sorte per chiedere spiegazioni su un tremendo atto di illegalità e violazione dei diritti dei bambini e degli adolescenti non hanno avuto risposta.

«Due giorni dopo questo evento, le forze di sicurezza sono tornate nel territorio selvaggiamente bonificato, commettendo l’omicidio del giovane Rafael Nahuel, che come molti di noi stava aspettando il rilascio di donne e bambini detenuti illegalmente».

L’elenco di tragedie e abusi sembra continuare senza fine. Poco dopo la sanguinosa repressione dispiegata su Mapuche Wof Maf Lafken, le autorità hanno arrestato e rinchiuso i bambini, Awkan Colhuan di un anno, Kalfu Ray Colhwan Rosas, due anni, Calfulikan Colwan Jaramillo, 3 anni, e Daiana Antimilla 10 anni. Tutti i bambini sono stati rinchiusi in una cella per almeno sei ore.

Giovedì 23 novembre 2017, l’Associazione degli avvocati della Repubblica argentina ha presentato un esposto al procuratore della provincia di Rìo Nero per chiedere dei chiarimenti sulla vicenda che, come in altre situazioni, ha cercato di spezzare la volontà di un popolo alla ricerca della sua libertà, ma che solo ha mostrato la ferocia e il razzismo senz’anima del potere.

Sfortunatamente, le massicce mobilitazioni scatenate per sostenere il giovane argentino Santiago Maldonado non sono state ripetute per il giovane Rafael Nahuel, né per nessuna delle donne e dei giovani mapuche costretti a subire così tanti abusi da parte del governo e dei loro compari.

Ma non tutto è perduto. Nel sud del mondo, noi donne mapuche, stiamo scoprendo noi stessi come esseri radicati nel nostro Ñuke Mapu (Madre Terra), e nutriti dal suo potere. Il processo di decolonizzazione ci vede rimuovere le recinzioni non solo del territorio usurpato, ma anche delle nostre menti, delle nostre coscienze, in particolare della coscienza della maternità mapuche. Abbiamo soppesato l’efficacia della medicina ancestrale, prefigurando un’educazione all’identità e una dieta naturale e sovrana.

È solo una questione di tempo prima che lo stato riconosca che aumentando i diritti, si amplificano i mondi.

Fino a quel giorno, resisteremo.

Testo e foto di Moira Millán

 

Tratto da Incomindios