Per Berta, per tutti noi, difendiamo la nostra terra

Latinoamerica

di Christian Peverieri

Berta Caceres era un’attivista politica: difendeva la sua terra dallo sfruttamento e la devastazione, la difendeva dalle scellerate decisioni politiche prese considerando solo il vantaggio economico. È stata vigliaccamente assassinata pochi giorni fa nel sonno nella sua casa in Honduras (lo stato probabilmente più pericoloso per gli ambientalisti con i suoi oltre 100 omicidi solo nel 2014). Poco importa quale sia stata la mano che ha premuto il grilletto, è stata uccisa per il suo attivismo, per la sua tenace opposizione a progetti di sviluppo insostenibile, per aver difeso le popolazioni indigene da un sistema, quello capitalista, che le considera niente più che un fastidio.

Di Berta Caceres, per fortuna, è pieno il mondo. Berta Caceres è uno zapatista nel Chiapas ribelle, un militante curdo del PKK in Rojava, uno studente normalista in Guerrero, un giornalista nel Veracruz, un indigeno aymara che vota no alla rielezione di Morales in Bolivia, un mapuche in Patagonia, un palestinese a Gaza, un valligiano notav in Valsusa, un attivista nograndinavi in laguna. Ciò che unisce i e le Berta Caceres di tutto il mondo é questa stramaledetta sete di giustizia, la voglia di riscattare l’umanitá e di costruire l’uguaglianza tra le persone, il bisogno di “cuidar” la Pachamama e vivere in pace.

Per ottenere tutto questo è sempre più necessario scatenare una battaglia globale contro chi nega quotidianamente il diritto alla felicitá al 99% dell’umanitá. Una battaglia di civiltà e di etica contro i peggiori istinti umani, contro l’egoismo e l’avidità, contro il disprezzo e l’intolleranza, contro l’ignoranza e l’indifferenza. Nella pratica è una battaglia contro chi costruisce muri e mette fili spinati alle frontiere per ostacolare il cammino di speranza dei migranti, contro chi nega i diritti alle minoranze o a chi é diverso, contro chi sfrutta e devasta i territori, cementifica, estrae e costruisce senza sosta e senza rispetto alcuno. È una battaglia in difesa dei territori, contro le speculazioni e lo sfruttamento intensivo delle multinazionali energetiche. È una battaglia ambientale: l’America Latina é un esempio eclatante di come le sinergie tra multinazionali e governi, anche amici, abbiano dichiarato guerra all’uomo in nome del profitto piú sfrenato. Solo per citare alcuni esempi é una battaglia contro chi usurpa e recinta le terre altrui e impedisce l’accesso all’acqua, come fanno i Benetton in Patagonia. É una battaglia contro l’Enel o l’Eni che come avvoltoi volteggiano sopra l’Africa e il Sud America alla ricerca di risorse energetiche da sfruttare, noncuranti di popolazioni da sfrattare e ambiente da distruggere. É una battaglia contro Finmeccanica, che vende armi tanto agli Emirati Arabi Uniti quanto a regimi totalitari amici dei jihadisti. É una battaglia contro la Tenaris di Dalmine, dedita al fracking in tutto il continente americano, tecnica al altissimo impatto ambientale per estrarre il gas shale. É una battaglia contro chi difende questi scempi, si chiami Enrique Peña Nieto o Evo Morales, si chiami Matteo Renzi o Papa Francesco che, al di lá delle belle parole, non fa nulla per essere realmente rivoluzionario e per dare una svolta concreta al presente. È una battaglia contro chi ci vorrebbe paralizzati con la scusa del terrorismo, altra faccia del capitalismo, utile a spaventare la popolazione e a sviare l’attenzione dei media.

Berta Caceres è stata vittima di questo nemico mostruoso che si chiama capitalismo, che non guarda in faccia niente e nessuno, che non si preoccupa del benessere collettivo bensì di riprodurre ricchezza all’infinito e sfruttamento dell’uomo sui suoi simili.

Ricordare l’attivista hondureña non solo é giusto ma deve essere una spinta ulteriore per rimettersi in cammino e costruire un mondo che contenga molti mondi come dicono gli zapatisti.

Perchè non possiamo più accettare criminalizzazione, repressione, sparizione, omicidi di attivisti.

Indignarsi sui social network non basta piú, é tempo di organizzarsi e ribellarsi. É tempo di scendere in piazza, gridare forte, imporre dal basso a sinistra il cambiamento.

Quello che faremo martedí 8 a Venezia, per difendere la Valsusa e la laguna dalla cementificazione.

Perché in fondo non c’é differenza tra le battaglie ecologiste di Berta Caceres in Honduras e le nostre.

Perché in fondo dal Chiapas alla Rojava, dalla Valsusa alla Patagonia il nemico ha tanti volti ma un solo nome.

Adelante.

Per Berta. E per tutti noi.