ÊdÎ Bese. Ora basta.

Kurdistan
Note sulla strage di Ankara e sulla Turchia alla vigilia del voto

Basta poggiare una di fianco all’altra le due fotografie che ritraggono i corpi sepolti sotto centinaia di bandiere rosse o colorate per capire cosa sta accadendo in questi ultimi mesi in Turchia.

La prima  è la fotografia del 20 Luglio, quella  che mostra  il prato del centro culturale Amara a Suruç sul quale giacciono le decine di corpi senza vita dei giovani militanti socialisti della carovana denominata simbolicamente “i giovani di Gezi vanno a Kobane”. L’altra invece è quella della piazza della stazione di Ankara, che mostra la distesa di un enorme numero di corpi senza vita coperti dalle bandire dell’HDP.  Dinanzi a quelle due fotografie così terribilmente simili, si possono scegliere due punti di vista differenti, ma solo uno è davvero utile a capire come e perché tanti innocenti siano stati  barbaramente massacrati in territorio turco tra luglio e ottobre, nell’assoluto silenzio internazionale ed  in circostanze non ancora chiarite. Il primo punto di vista è assai caro alla stampa main stream italiana, la quale (come molta della stampa europea) si guarderebbe bene dallo scrivere della destabilizzazione turca, ma dinanzi a stragi come quella di due giorni fa, non potendo esentarsi, opta  per una meticolosa ricostruzione biografica delle vittime, sufficientemente edulcorata da poter essere gettata in pasto, senza conseguenze, al lettore medio europeo.

Si compongono così, di giornale in giornale, di portale in portale,  gallerie che vedono scorrere l’uno dopo l’altro il volto pulito e sorridente di brillanti studentesse universitarie, lo sguardo profondo di un maestro, il ritratto amorevole di un padre abbracciato ai figli. Sono biografie vere ma deprivate di un pezzo fondamentale  alla comprensione profonda e reale di quello che sta effettivamente succedendo. I trentatré ragazzi morti a Suruç erano innanzitutto militanti dell’associazione socialista giovanile SGDF, un’associazione turca che  esprime concreto appoggio alla resistenza del popolo curdo. Così l’elenco infinito dei tantissimi morti di Ankara è composto ugualmente da oppositori ed oppositrici al governo di Erdogan, turchi e curdi accorsi nella capitale da tutto il paese per pretendere la fine della repressione del Pkk. Tra loro c’erano tanti sindacalisti, c’era una candidata dell’Hdp alle prossime elezioni, c’era un candidato sindaco, c’era la madre di un martire della resistenza del Rojava e c’erano tantissimi militanti di base. Tutte vittime di una partita delirante che il dittatore Erdogan sta giocando per fare man bassa di consensi tra i nazionalisti e l’islamismo radicale, giunto ormai, come affermano tanti analisti, alle ultime ore di governo dopo un sultanato durato oltre venti anni.

Un gioco a perdere, costato fino ad ora centinaia di vite umane.

Così il dato di fatto, a pochi giorni dalle elezioni anticipate, è che nella Turchia che siede comodamente a tutti i tavoli imbanditi dall’occidente paladino della democrazia, l’opposizione al governo viene punita con la morte, in una modalità vigliacca e meschina che, nostro malgrado, in altri anni anche il nostro paese ha  conosciuto bene. Guardando le immagini della piazza di Ankara piena di cadaveri e sangue, certamente  in tanti abbiamo immediatamente pensato alle immagini in bianco e nero di Piazza della Loggia e di tutta la sequela di stragi di Stato che nel nostro paese sono cadute nel silenzio, protette dall’impunità. Definire il comportamento del governo turco come l’applicazione sistematica  della cosiddetta “strategia della tensione” è forse un modo  per comprendere, senza banalizzare, la complessità delle dinamiche politiche di un paese che è al centro degli interessi neoliberali e militari di tutto il  Medioriente e che per questo motivo a tanti non conviene che venga travolto da un processo reale di democratizzazione, come quello rivendicato oggi dalle opposizioni.

Soprattutto se questo processo è trainato dall’HDP, che ha uno statuto chiarissimo ad esempio contro il militarismo o contro lo sfruttamento selvaggio delle risorse e della manodopera.  A questo proposito verrebbe proprio da chiedersi, facendo tutti i dovuti distinguo, se in Turchia qualcuno ha fatto scuola in Italia, perché non è solo il sangue e l’impunità delle bombe a costringere ai continui déjà-vu, quanto piuttosto l’uso perverso, modulare e del tutto strumentale del termine terrorismo e la costruzione sistematica della paura collettiva.

D’altra parte se si mettono in fila gli elementi reali, la colpevolezza dello Stato turco non è neppure da discutere. Basta ripercorrere giorno dopo giorno i fatti che intercorrono tra la mattina del 20 Luglio, la data dell’attentato di Suruç, e la mattina del 10 ottobre, quella in cui si è consumata la strage di Ankara. Ignoto è lo sfondo e le circostanze che all’epoca permisero a un/una  ipotetico/a  kamikaze di entrare indisturbato nella città-roccaforte curda, arrivare al centro culturale che era crocevia di tutti gli stranieri in transito da e per  Kobane e farsi saltare in aria. Notissime e certe invece sono le notizie raccolte dall’opposizione turca e curda in questi mesi, che hanno dimostrato come ad esempio quella mattina a Suruç “inspiegabilmente” non era presente nessuno dei soliti posti di blocco dei militari che invece solitamente occupavano ogni crocevia del centro della cittadina e come a pochi chilometri la Suruç agiscano indisturbati più centri logistici e di reclutamento dei jihiadisti, pià volte denunciati alle autorità e mai controllati. E ancor più noto è il fatto che, nonostante sia stata divulgata la vaga informazione di una effettiva  matrice jihiadista dietro l’esplosione di Suruç , il governo turco, dal giorno successivo alla strage, piuttosto che cominciare un offensiva contro i fondamentalisti responsabili del primo attentato in Turchia, ha di fatti dato avvio alla ripresa della guerra civile e della repressione nei confronti del Pkk, delle associazioni curde, delle redazioni dei giornali di opposizione, dei militanti dell’Hdp. Di fatti, a partire dal venti luglio, attraverso l’uso dell’esercito e attraverso la  definizione di alcune aree del Kurdistan turco come zone di eccezione e di azione militare indiscriminata, il governo ha messo in campo una rappresaglia sanguinosa e vendicativa contro i centri propulsori di quella forza popolare che alla tornata elettorale del 7 giugno ne aveva messo in crisi per la prima volta la  maggioranza assoluta. Come se non bastasse, nonostante il numero spropositato di vittime innocenti dell’attentato di Ankara, ancora una volta il copione sembra essere lo stesso. Basta ascoltare le dichiarazioni rilasciate ieri dal Primo Ministro Davutoglu, il quale ha sostenuto che nonostante esistano delle liste di potenziali attentatori, aderenti a gruppi jihiadisti, lo Stato non può nulla contro di loro perché fino a che non commettono atti illegali sono considerati  innocenti. Questa dichiarazione è particolarmente odiosa perché, non soltanto offende la memoria delle vittime di questa e di altre stragi, ma perché si accompagna alla repressione che invece lo stesso esercito turco pratica sulle opposizioni e che di certo non rispetta alcun crisma costituzionale né alcuna presunzione di innocenza. D’altra parte il comportamento delle forze armate di Erdogan già pochi istanti dopo l’esplosione è stato emblematico: immediata rappresaglia della polizia sui manifestanti che soccorrevano i feriti,  blocco dei social network e  azioni militari contro le città a maggioranza curda nelle ore successiva, nonché l’assassinio brutale di due bambini che nelle braccia dei genitori protestavano in strada contro la strage. Intanto dei colpevoli e della matrice dell’attentato ancora una volta nessuna notizia.

Tuttavia non c’è solo questo. Come si accennava poc’anzi si farebbe un errore se si ritenesse che la destabilizzazione turca sia solo la conseguenza della dicotomia esasperata tra i curdi e l’Akp. Questa lettura, non errata ma semplificata, non tiene conto di alcuni sommovimenti interni ed esterni a cui la Turchia è continuamente soggetta. L’abilità dell’Hdp in questi anni è stata, su tutte, quella di riuscire a rompere la etero-imposta connotazione etnica a cui i curdi-turchi nella storia sono stati  continuamente soggetti a causa dell’effettivo genocidio culturale a cui sono stati sottoposti. Il partito democratico dei popoli (il cui acronimo turco è HDP) si è assunto piuttosto la responsabilità di costruire una forza di opposizione radicale larga di cui i curdi sono una componente maggioritaria ma non assoluta e così ha convogliato attorno a sé molto di quel movimento sostanzialmente anti-autoritario che aveva cominciato ad animare la Turchia a partire da Gezi. Ebbene il fatto che sia proprio questa forza, così intimamente apparentata con quelle organizzazioni marxiste-leniniste iscritte ancora oggi nelle liste del terrorismo internazionale,  a minare radicalmente la stabilità del sultanato di Erdogan non è una cosa che preoccupa solo le destre turche. Pensare il contrario sarebbe da ingenui. Non si terrebbe sufficientemente conto della garanzia che hanno rappresentato Erdogan e l’AKP per la speculazione economica e finanziaria transnazionale  sulla Turchia in rapida crescita.

Per avere cognizione ancor più concreta di questo terrore diffuso tra i poteri conservatori occidentali a proposito del destino politico della Turchia,  basti pensare a quanta poca attenzione la stampa internazionale organica ai governi occidentali dedica quotidianamente agli attacchi che sta subendo un partito che  all’ultima tornata elettorale ha raccolto il 13% dei consensi. In qualunque altro caso le bandiere dei difensori della democrazia si sarebbero alzate indignate e invece, ancora una volta, anche dopo l’eclatante massacro di Ankara, non una parola che sia appropriata al racconto della situazione reale. Questo evidentemente accade perché la democrazia e la giustizia pretesa dall’Hdp in Turchia, non sono affatto compatibili con la cinica passione per la stabilità a cui sono legati i potentati economici e militari occidentali che fanno affari e accordi da vent’anni in Turchia. E di certo non è compatibile con l’avvio delle operazioni militari della Nato in Siria ed in cui, non la Turchia ma questa Turchia, ha un ruolo fondamentalmente.

Il primo novembre, la data in cui i Turchi sono chiamati nuovamente alle urne, assume dunque una centralità assoluta all’interno degli equilibri geopolitici globali. Purtroppo i recenti avvenimenti insinuano in tutti noi la preoccupazione fondata che i comizi degli ultimi giorni possano diventare oggetto di nuovi massacri- come accaduto a Dyarbakir il giorno precedente al voto di Giugno- e che le rappresaglie dell’esercito turco, indenni da qualunque sanzione internazionale, proseguano indisturbate e ancor più spietate. Conosciamo però la tempra del popolo curdo. Il coraggio con cui  ha sempre risposto al terrore con piazze ancor più gremite e determinate. Siamo sicuri che anche stavolta assalteranno  il cielo, probabilmente superando lo straordinario risultato di qualche mese fa e dimostrando al dittatore-assassino che la sua strategia ha reso solo più forte chi lottava per la giustizia, la pace e la democrazia. I curdi sono convinti che questa follia omicida sia l’ultimo ruggito della bestia  prima di capitolare. Sarà vero, ma come ha detto bene Demiraş qualche ora dopo la strage di Domenica, ci sono cose che vanno ben al di là di una tornata elettorale, della conta delle poltrone e delle vittorie sulla carta.

Il sangue di Ankara, di Suruc, di Cizre, di Silvan, di Amed non si cancella e i colpevoli non si perdonano. Di questi mesi resterà il peso delle responsabilità interne ed esterne, della complicità e del silenzio che hanno permesso a un esercito spietato e a un dittatore sanguinario di accanirsi così ferocemente sull’opposizione senza ricevere alcuna condanna. Di questi mesi resterà la storia della resistenza, ancora una volta, come in Rojava, scritta dai curdi per l’umanità.