Con un piede a Kobane e uno (scalzo) a Venezia

Kurdistan

articolo tratto da Globalproject.info di Tommaso, Pasquale e Marco.

Nel dibattito che ha suscitato la cruda immagine del cadavere del bambino affogato sulla spiaggia turca di Bodrum, l’opinione pubblica mondiale sta finalmente aprendo gli occhi sui luoghi e sulle cause del fenomeno migratorio che penetra le mura della Fortezza Europa.

Serviva un’immagine così dura per smuovere le coscienze di media e governanti per capire le cause di un fenomeno che tocca tutti da vicino destinato a trasformare radicalmente le nostre società?

Quel bambino, Aylan, arrivava da Kobane, dalla Rojava, dal Kurdistan siriano. Lì, in quei luoghi così distanti dall’Europa, si sta consumando una tragedia che non vede fine. E’ laggiù, nelle piane desertiche della Siria, che ha origine la lunga marcia a piedi scalzi.

Suruç, città gemella di Kobane in territorio turco, dove ora ci troviamo, è stata la prima linea dell’emergenza per molti mesi mentre le forze YPG e YPJ respingevano l’attacco del califfato alla città e liberavano l’intera regione.

Per oltre un anno l’accoglienza autorganizzata e solidale di questa città è riuscita ad accogliere circa 80.000 profughi, nonostante l’ostilità delle autorità turche. Ora Suruç si sta lentamente svuotando. I campi non sono più quel brulicare di donne e bambini che abbiamo conosciuto durante le “staffette” di quest’inverno. I curdi stanno compiendo una scelta: o rientrare a Kobane e scegliere di combattere (sia l’Isis che l’esercito turco, sceso fisicamente in guerra contro il PKK) per portare a compimento la rivoluzione in Rojava e vivere in costante clima di guerra e insicurezza, oppure scegliere di partire verso l’Europa.

Sono siriani e curdi i protagonisti della lunga marcia lungo quella che è stata definita la “Balkan Route”. Sono loro i corpi che infrangono i muri e i fili spinati delle barriere che polizie e governi erigono lungo i confini d’Europa.

Sono loro i portatori di speranza, che camminano a piedi scalzi.

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